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QUANDO PERMANENTE È IL DANNO

Dott. Stefano Toschi


Attenzione ai trattamenti
Una delle più frequenti richieste da parte dei pazienti che si sottopongono all’impianto di un filler riguarda la sua durata nel tempo. Questo purtroppo fa sì che ancora oggi alcuni colleghi per aderire il più possibile ai desideri del paziente siano tentati di utilizzare prodotti che vengono definiti “permanenti”.
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In realtà spesso questa permanenza è fittizia in quanto se dal punto di vista biologico il prodotto in questione è ancora presente dove è stato iniettato tuttavia il suo effetto estetico è cessato o peggio ancora si è trasformato creando una distorsione del risultato voluto o addirittura dei problemi clinici. Infatti la “permanenza” del prodotto si può ottenere unicamente usando materiali che hanno una composizione estranea rispetto a quelli normalmente presenti nel nostro organismo che, pertanto, reagisce isolando questo materiale attraverso la produzione di una membrana biologica di separazione che può essere anche molto dura e pertanto palpabile; oppure il filler permanente può essere costituito da particelle molto piccole che tendono a migrare verso il basso e quindi possono localizzarsi anche in sedi distanti da quelle in cui erano state iniettate (è il caso ad esempio del silicone liquido); o ancora si possono creare dei veri e propri granulomi, ovvero delle nodulazioni reattive con ovvia compromissione dell’aspetto estetico. Talvolta questi fenomeni sono talmente accentuati da creare nei pazienti un vero e proprio effetto deturpante, contro il quale vi sono pochi rimedi e quasi sempre di tipo chirurgico, con susseguente creazione di cicatrici.

Ad esempio qualche tempo fa si è presentata a visita una paziente di 50 anni che 10 anni prima aveva richiesto un aumento di volume dei polpacci che era stato poi effettuato mediante l’utilizzo di un prodotto costituito da collagene associato a polimetilmetacrilato. Dopo pochi mesi la paziente aveva iniziato a manifestare arrossamento e gonfiore della zona trattata con episodi di febbre e dolore che si ripresentavano ad intervalli sempre più frequenti. A questo punto per ridurre i sintomi sono state effettuate dal medesimo collega per circa 1 anno infiltrazioni di cortisone nell’area trattata.

La conseguenza finale è stata che la paziente, per eliminare il disturbo che non si risolveva, è dovuta ricorrere ad un intervento chirurgico che ha richiesto un lungo taglio e che ha portato alla rimozione di un blocco di tessuto biancastro in cui prodotto iniettato, tessuto sano ed atrofia da cortisone si sommavano ma apparivano indistinguibili tra loro. Tuttora la paziente presenta episodi infiammatori, anche se sporadici: è infatti difficile rimuovere tutto il materiale estraneo perché compenetra i tessuti sani. Pertanto è necessario fare attenzione a ciò che viene iniettato e sarebbe buona norma, oltre che pretendere delle spiegazioni dettagliate farsi rilasciare dal medico il talloncino che identifica il prodotto usato; molte volte infatti non è neppure possibile risalire a quello perché il paziente non ne ricorda il nome oppure ne è stato dichiarato a voce dal medico uno diverso.